Pari opportunità nelle scelte aziendali

Divario occupazionale tra uomini e donne nel 2025: Italia 19,1 punti, UE 9,6; occupazione femminile al 58% in Italia e al 71,3% nell’UE.Assunzioni, promozioni, retribuzioni e rientro dalla maternità: la parità di genere riguarda le scelte quotidiane delle imprese, ma resta un obiettivo da raggiungere anche su scala globale. Nel 2021, il rapporto del World Economic Forum rilevava che nessun Paese tra quelli censiti aveva colmato completamente il divario tra uomini e donne. L’Italia si collocava soltanto al 63° posto su 156 Paesi, scendendo al 114° per partecipazione e opportunità economiche. Una criticità che trova riscontro anche nei dati più recenti sull’occupazione: secondo Eurostat, nel 2024 la differenza tra i tassi di occupazione maschile e femminile nella fascia 20–64 anni era di 19,4 punti percentuali nel nostro Paese, contro i 10 della media europea.

Che cos’è la certificazione parità di genere e da dove partire

La certificazione della parità di genere attesta che un’organizzazione applica un sistema di gestione finalizzato a ridurre le disparità tra uomini e donne nel lavoro. Ridurre questi divari richiede interventi anche all’interno delle aziende, a partire dalle modalità con cui si assume, si riconoscono le competenze e si costruiscono i percorsi di carriera. Si basa sulla UNI/PdR 125:2022, la prassi di riferimento pubblicata nel 2022 da UNI, l’Ente Italiano di Normazione: un documento tecnico che definisce le procedure da adottare, gli aspetti da valutare e gli indicatori con cui misurare i risultati. Il percorso è volontario e accessibile anche alle piccole imprese. Il certificato viene rilasciato da un organismo indipendente accreditato, dopo aver verificato che l’organizzazione rispetti i requisiti previsti.

Si comincia con una valutazione iniziale, spesso chiamata assessment. L’impresa raccoglie e confronta i dati di donne e uomini: ruoli, retribuzioni, assunzioni, avanzamenti e congedi. Esamina inoltre le regole con cui seleziona e gestisce il personale. Un’azienda può avere una presenza femminile numerosa, ma poche donne nei ruoli di responsabilità. Il numero delle dipendenti, quindi, non basta a dimostrare pari opportunità di carriera.

Sei aree per misurare i progressi

La prassi individua sei aree: cultura e strategia aziendale; governance, cioè responsabilità e organi di governo; gestione del personale; crescita e inclusione delle donne; equità delle retribuzioni; genitorialità e conciliazione tra vita e lavoro. A ciascuna associa indicatori, chiamati KPI, per verificare risultati e strumenti adottati, come le procedure di selezione non discriminatorie. Le aree hanno pesi diversi e gli indicatori applicabili variano anche con la dimensione dell’impresa. A ogni indicatore soddisfatto viene attribuito un punteggio, che contribuisce al risultato complessivo secondo il peso dell’area di appartenenza. Per ottenere la certificazione, l’azienda deve raggiungere almeno il 60% del punteggio massimo previsto per la propria dimensione e dimostrare di applicare le procedure e i controlli richiesti.

Divario occupazionale tra uomini e donne nel 2025: Italia 19,1 punti, UE 9,6; occupazione femminile al 58% in Italia e al 71,3% nell’UE.

Il piano di miglioramento e la verifica esterna

La direzione approva una politica per la parità, il documento che definisce gli impegni dell’azienda. Nomina poi un comitato guida e predispone un piano con interventi, responsabili, risorse e scadenze. Se, per esempio, emergono differenze salariali tra persone con ruoli e competenze equivalenti, bisogna comprenderne le cause e programmare le correzioni. Per le assunzioni si possono introdurre criteri di valutazione comuni e formare chi conduce i colloqui, verificandone l’applicazione. Per dimostrare il lavoro svolto occorre preparare la documentazione specifica relativa a:

  • politica per la parità, nomina del comitato e piano di miglioramento;
  • organigramma, dati del personale, analisi retributive e calcolo degli indicatori;
  • procedure per selezione, carriera, congedi e rientro al lavoro;
  • misure contro molestie e discriminazioni e canali di segnalazione;
  • registri della formazione, verifiche interne e interventi correttivi.

L’impresa svolge controlli interni e riesamina i risultati. L’organismo accreditato conduce quindi l’audit, cioè la verifica di documenti e pratiche aziendali, anche intervistando il personale. Se la valutazione ha esito positivo, rilascia il certificato; eventuali carenze richiedono interventi correttivi.

Un impegno che prosegue dopo il certificato

La certificazione dura tre anni, con sorveglianza annuale e rivalutazione biennale dell’andamento degli indicatori, come precisano gli indirizzi UNI e Accredia. Per chi cerca lavoro è un elemento utile per valutare un’azienda: attesta impegni sottoposti a verifica, senza garantire l’assenza di ogni disparità. Il suo valore dipende dalla capacità di tradurre le regole in opportunità concrete di accesso, crescita e permanenza nel lavoro.